I parchi archeologici rurali

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P.A.R. sono già, in Inghilterra e nel nord Europa, strumento di tutela della continuità storica, "testimonial" territoriali
nei processi di rielaborazione culturale delle civiltà preindustriali e del rapporto città-campagna. 
Il superamento dell'antinomia uomo-ambiente determinato dalle testimonianze materiali

Emilia Franco

Costituiscono segno culturale i paesaggi che conservano, nelle trasformazioni che la storia vi ha operato, la dignità formale e la coerenza produzione-forma che hanno fatto di essi una sorta di altissimo artigianato, se non addirittura, in certi casi, di opera d'arte. Né meno importanti sono gli ambienti che circondano gli edifici di valore architettonico. Nati ed evolutisi con essi, ne costituiscono l'integrazione, sia nel caso di paesaggi aperti, sia in quello di paesaggi urbani. Questi ambienti sono insomma dei veri monu-menti, esempi di integrazione tra storia, architettura, paesaggio e natura."
Così argomenta Renato Bazzoni, in ESSERE Secondo Natura, gennaio 1989 (“Anche l'Ambiente è Monumento”).

Invece, come la legge MERLI antinquinamento, così anche la legge GALASSO “Piani Paesistici” si avvia a restare lettera morta in gran parte delle regioni italiane. In quest'occasione la Lombardia non ha brillato per sollecitudine; i piani di tutela paesistici cioè i principali strumenti di legge a protezione del patrimonio ambientale, non sono stati approntati che in minima parte. Né sono stati emanati provvedimenti-tampone per congelare la situazione nel mentre si stendevano i piani. Così assistiamo al proseguire della cementificazione sotto l’alibi del cosiddetto veterotrionfale “sviluppo” urbanistico. La capacità di supplenza ope legis del Ministero dei Beni Culturali in caso di inottemperanza delle Regioni, si traduce nei fatti in ulteriore danno e maggiore inerzia, non essendoci responsabilità esclusiva.

Occorre perciò approntare immediatamente strumenti più snelli per salvaguardare in attesa di tempi migliori, non tutto il bel paesaggio, come vorrebbe l'ottima ed organica legge GALASSO, ahimè disattesa, bensì almeno e prioritariamente, quei “pezzi” del verde urbano che per loro configurazione si prestino a costituire entità/unità di reale sviluppo ambientale, inteso cioè non in senso oncologico (crescita distruttiva e disarmonica) ma quale forma esponenziale della moderna coscienza civica. Assolvono particolarmente ad una funzione strategica di difesa ambientale, quei parchi della periferia che formano una corte di piccoli polmoni verdi penetrando a cuneo lungo le principali arterie di traffico verso il centro città, e riescono a drenare parzialmente gli effetti negativi dell'inquinamento salvando così una percentuale non indifferente della qualità di vita urbana. L’urgenza si pone anche perché siamo in presenza di due grossi grimaldelli coi quali ci si prepara a scassinare il patrimonio pubblico (e non solo quello milanese):

1) si pensa di ovviare a decenni di malgoverno con cui si è accumulato un debito nazionale di enormi proporzioni, “svendendo” al miglior offerente parte del patrimonio dello Stato, Comuni e Regioni, col prevedibile effetto di un aumento immediato del costruito e conseguentemente dell'inquinamento globale;

2) con l'apertura definita nel 1993, dei mercati europei, esiste il pericolo concreto che persino i palazzi oggetto di tutela e vincolo storico-artistico quali beni culturali, possano essere alienati e venduti a privati, ovvero scambiati con B.O.T. e C.C.T. ed eventualmente in seguito ad imprevisti (incidenti, cavilli legali ecc.) soppiantati da grattacieli. Si consideri infatti che:

a - non esiste in materia un diritto internazionale garantista;

b - lo stesso Consiglio di Stato si è pronunciato nel giro d'un anno, in modo contradditorio sull’argomento. (*)

La situazione è obiettivamente pericolosa per molti edifici storici demaniali, nonché per il demanio naturale (spiagge, boschi, torrenti ecc.) ma vieppiù pesante per le strutture ed i beni che, pur rivestendo una riconosciuta funzione di “monumento” (dal latino “monere”: ammonire, ricordare gli insegnamenti tratti dall'esperienza della nostra civiltà, l’armonia con i ritmi della natura), non hanno finora ricevuto una valida protezione giuridico-amministrativa dalle leggi vigenti, e sono quindi privi di efficaci vincoli alla vendita, svendita, permuta, dono ecc.

Rischiamo la smobilitazione e mercificazione del patrimonio culturale e ambientale dello Stato. Rischiano inoltre di svilire quella che è una fondamentale conquista della nuova sensibilità civile, insita nella stessa dizione di bene culturale ed ambientale: il segno umano nel suo contesto: “unicum/continuum”. Nello spirito d’identificazione del VERDE col concetto di bene culturale, noi dobbiamo ancorare la possibilità di mantenere il paesaggio esistente, alla descrizione del suo significato storico. Infatti ciò che ha “storia” ha una evoluzione dal passato al presente, ed in nome di tale continuità rappresentativa, della capacità del territorio di “narrarsi” in chiave di comunicazione, di messaggio dinamico, deve acquistare capacità di soggetto non più res nullius.

(*) Differentemente dal parere n. 303 espresso dalla II Sezione il 13/2/1985, dove si affermava l'assoluta inalienabilità dei beni demaniali storico-artistici appartenenti ad enti pubblici territoriali, in data 7/5/88 la VI Sezione del Consiglio di Stato ha emesso parere contrario in base agli assunti dell'art. 24 legge 1/6/39, n. 1089 (“Il Ministro può concedere in deroga l’autorizzazione alla vendita a privati, a meno di danni o impedimento al pubblico godimento del bene culturale"). È sopravvenuta poi l’Adunanza Generale del C.d.S che il 13/7/89 ha confermato il parere 303 iniziale, specificando che l'art. 24 legge 1089 ha efficacia unicamente nei confronti degli immobili di proprietà degli enti territoriali “non-pubblici” ovvero degli enti pubblici “non territoriali”. Per gli enti pubblici territoriali vige quindi in questo momento in tema di beni demaniali, il dettato inibitorio del Codice Civile art. 822 e seguenti, in quanto sopravvenuto successivamente (1942) e quindi in superamento del C.C. precedente (1865) nonché a integrazione e chiarimento della legge 1089 dell’1/6/39.

Difendere il verde è un po' come difendere l'aria, o il mare. Si corre il rischio di interpretare la metafora in senso puramente coloristico: "Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito". Così si arriva all'aberrazione di considerare "ecologico" persino il "verde" in vasetti interrati, che ricopre - misero alibi - i parcheggi sotterranei, tra una presa d'aria e una bocca di scarico. Ma chi va a respirare a pieni polmoni sopra un parcheggio sotterraneo? Il "verde" non può essere metaforico/semaforico: dev’essere ossigeno, quello che abbiamo respirato per millenni dalla terra libera. A questa libera e verde terra della nostra memoria dobbiamo l'impegno di approntare precisi strumenti logistici e logici, per una difesa integrata, concreta. Lo studio del territorio rurale s'impone affinché con la ricerca storiografica e scientifica, l'assetto quale ci è pervenuto, divenga non-alterabile testimone del divenire umano, ai contemporanei ed ai cittadini futuri.

È latente infatti, nella problematica di classificazione e conservazione - e ci si presenta oggi come ispirazione, domani come necessità - una rivoluzione annunciata che vede la discriminante non tanto nello stile della testimonianza storica, quanto nel rapporto col tipo di civiltà cui si riferisce. Esempio: dal "museo rinascimentale" o "medioevale" al museo della "storia dell'agricoltura", "della civiltà preindustriale" ai musei "etnici" vari. Emerge un trend che tende a valorizzare la componente monumentale archeologica, nell'ambito dell'insegnamento storico, in riequilibrio dell'attuale dominante documentale (fonti scritte). Infatti archeologia significa "scienza del passato" e parallelamente alla filologia, ha per oggetto le testimonianze materiali anziché quel-le letterarie.

La legittimazione storica del territorio rurale nel suo assetto in essere, crea la possibilità di unire umanesimo e tecnologia.

L'archeologia rurale è una disciplina importata dal mondo anglosassone - così come l'archeologia industriale - di fatto da noi quasi ignorata nel contesto urbano e periurbano, mentre in paesi e campagne lombarde si nota qualche bella realizzazione, con prospezione stratigrafica e sistema¬zione dei reperti in musei etnici ed agricoli, anche a fini didattico-educativi, occasioni di turismo interregionale. (**)

L'archeologia rurale è quindi lo studio storico del territorio, "nel denominatore dello scavo e della cultura materiale". In presenza di segnali dell'evoluzione dell'uomo da "rurale" ad "urbano" (processo attuatosi di solito ai confini delle città), ci si serve dell'indagine elettromagnetica, del "carotaggio", di interventi di emergenza per recuperare gli oggetti affioranti, dell'analisi stratigrafica delle costruzioni talora sviluppantesi da fondamenta medioevali e persino greco-romane. Le ricerche sull'origine delle forme attualmente visibili da altre più antiche; sulla continuità dei tratturi attraverso i millenni; sulla persistenza delle tipologie negli attrezzi di lavoro, sono indispensabili quali anelli di collegamento tra mondo medioevale e preborghese ed archeologia industriale (***).

Ma mentre per quest'ultima disciplina, sebbene più recente e più discutibile sul piano dell'ortodossia archeologica (tempi, metodi), ci si muove con abbondanza di mezzi sia pubblici che privati, per l'archeologia rurale è addirittura ipotizzabile all'osservazione dei fatti, una omissione degli uffici competenti, dovuta probabilmente anche alla carenza di strumenti giuridici, nel lasciare senza tutela i segni documentali della civiltà pre e protoindustriale.(****)

È avvenuto abbastanza spesso che si potesse apporre vincolo a singole parti di edifici rustici che presentavano particolari pregi formali, ad esempio archi, portali, rosoni, finestre, loggiati, ecc. tuttavia di rado questi vincoli hanno funzionato. Non certo nella cascina milanese Carleona. Qui il vincolo apposto alla facciata tardo-gotica e all'arcone del portico, non ha impedito che tutto il resto fosse impunemente bruciato, e quasi sbriciolato con metodo degno di migliore causa, in modo da ridurre l'originale dimora visconteo-sforzesca ad una specie d'immondo canile, assediato d'ogni lato da uno dei più disomogenei ed incongrui assemblaggi di edilizia periferica, partoriti dal sonno della ragione urbanistica. "Tutti frutti" di una gestione del territorio non si capisce se più piratesca o pilatesca, in una zona che era piena di alberi anche da frutto e di roseti, naturale "testa" del Parco Sud a Milano. Né mai la facciata "monumento" nazionale ha potuto esplicare tale funzione, perché è stata fin dall'inizio occultata accuratamente con idonee siepi, alla faccia della legge 1089 sul diritto dei cittadini di godere almeno "la vista" del bene culturale, per averne "conoscenza".

Spesso gli abitanti della zona hanno chiesto nelle sedi delegate, di poter effettuare servizio di vigilanza (volontariato senza spese per il Comune) ripristinando di tasca propria un locale ed un servizio igienico in modo da potervi passare la notte. Ma gli scrupolosi amministratori del bene pubblico si sono rifiutati, perché temevano che tale collaborazione potesse arrecare qualche graffio alla cascina comunale (oggi distrutta). Stessa storia per il meraviglioso complesso monumentale di Chiesa Rossa in zona 15, d'origine paleocristiana.
Dalla Chiesa S. Maria alla Rossa, adiacente i grandiosi seppur fatiscenti cascinali (offerti al turista come un tempio rurale, in sintonia perfetta con lo spazio verde circostante), sono stati asportati addirittura gli affreschi di scuola giottesca, che forse Ludovico il Moro veniva ad ammirare di persona in segreto. Infatti si parla spesso a Milano sulla stampa, della rete di gallerie costruite per collegare il Castello Sforzesco con Chiese e dimore secondarie. Le direttrici principali erano due: una passava per S. Maria delle Grazie (recente-mente confermato anche da Padre Caccin), l'altra per S. Maria alla Rossa, "con uscita di servizio" alla Cascina Monterobbio, passando sotto il Naviglio, e proseguiva poi fino alla Certosa di Pavia (testimonianze orali dei vecchi abitanti). Attualmente davanti alla cascina Monterobbio vincolata dalla Sovrintendenza ai Monumenti Lombardi, si svolgono i lavori per la stazione metropolitana che forse distruggeranno ogni traccia delle connessioni sotterranee.

È come perdere un pezzetto di Leonardo da Vinci, che le aveva progettate e fatte costruire: "Ho modi per cavee vie secrete e distorte, fatte senza alcuno strepito... ancora che bisognasse passare sotto i fossi o alcuno fiume."Ecco dunque la necessità dei Parchi Archeologici Rurali. Accettare infatti l'opposizione "parziale" dei vincoli ovvero la separazione del manufatto archeologico dal tessuto d'inserimento - lo spazio verde circostante - significa snaturare l'oggetto stesso della ricerca, renderne vaga e forse incomprensibile la storia eliminando uno dei due termini della relazione: il continuum, nel quale l'unicum deve trovare l'esatta definizione di valore e significato, secondo le più recenti acquisizioni della scienza archeologica e della ricerca storica.

(**) Musei etnogratici: ad Aprica ed a Chiesa, S. Nicolò di Valfurva, Madonna di Tirano (Sondrio): a Crema (Cremona); a Premana (Como); Museo della civiltà Contadina e delle Tradizioni a Cremona ed Albairate (Milano); Storia dell'Agricoltura a S. Angelo Lodigiano (Milano); Museo del Lino a Pescarolo e Uniti (Cremona) altri musei civici locali ad Esino Lario (Como), S. Benedetto Po (Mantova), S. Giuliano Milanese, a Zogno (Bergamo).

(***) A Beromondsey, quartiere londinese, è in via di ultimazione il DESIGN MUSEUM, dove saranno ospitate mostre didattiche ed oggetti di produzione industriale dal '700 ad oggi. In Italia la Regione Lombardia ha commissionato il censimento di archeologia industriale lombarda alla Fondazione Micheletti di Brescia (600 complessi circa, nel Bresciano, sul Chiese, sul Garda, in Valtrompia, Valcamonica, all'Iseo). La filosofia "spaziale" è quella del recupero interrale del complesso di archeologia industriale (e non solo del singolo manufatto) quale sistema articolato di relazioni tra corpi di fabbrica, capannoni, filande, mulini, e l'indotto urbanistico contestuale, cioè vie, alloggi operai, ecc. A completamento dell'operazione è previsto un museo di cultura urbana e industriale, per studiare e difendere questo patrimonio.

(****) Sono da considerarsi strutture preindustriali e protoindustriali, sia ì fabbricati tipici genericamente rurali, sia quei complessi che annettono ambienti e corpi di fabbrica organizzati per particolari produzioni di tipo artigianale: lavorazione del legno, ferro, delle ceramiche, del vetro, eccetera, nonché i fabbricati rustici in cui sì curavano produzione, raccolta, processi di trasformazione dei prodotti della terra e dell'allevamento come mulini, locali per lavorazione tipica dei formaggi, carni, pelle; lana, lino, seta ecc.; per frantoi, torchi e così via. Quando si attua il salto di qualità nella organizzazione del lavoro, con la meccanizzazione dei processi produttivi e la concessione di alloggi interni ai salariati (es. nelle filande), possiamo già parlare di archeologia protoindustriale.

È indilazionabile bloccare subito la cementificazione

delle zone che presentano caratteristiche di parco archeologico rurale, per esempio le zone pericascinali, un tempo e spesso tuttora sede di lavorazioni legate all'agricoltura e all'artigianato, quando non sedi storiche o ad alto contenuto artistico (coerenza stilistica, presenza di affreschi eccetera). In questo caso è fondamentale, legare con ogni strumento individuabile, la costruzione al territorio. Illuminante è il caso di Cascina Ranza, in quel di Moncucco, a pochi passi dalla Chiesa medioevale di S. Nazaro e Celso e dalla già citata Monterobbio.
Vent’anni fa affiorarono casualmente degli oggetti dell’età del bronzo; risultò subito chiaro esserci stato un consistente insediamento umano preistorico sul posto; i manufatti furono asportati, lo scavo superficiale rinchiuso, tutto messo a tacere, e la zona, che forse era il centro pre...istorico di Milano, coi suoi giacimenti inesplorati dell'età del bronzo, e i suoi cascinali medioevali in forte degrado, si avviò a quella “...commistione di funzioni disparate ed incoerenti negli aspetti formali, tipica di uno sviluppo industriale al cui sorgere, non si sono posti limiti né correttivi” (R. Bazzoni, cit.). Ed in materia di cascine, non è superfluo ricordare - finché ancora ci sono - che esse restano, dal punto di vista della storiografia ambientale, LO SPIRITO, IL LINGUAGGIO, LA MEMORIA dei milanesi i quali ne hanno sempre chiesto la salvaguardia.

La cascina è quindi precisamente quell'oggetto intorno e mediante il quale organizzare il presidio di difesa dell'identità rurale in città, ma anche e contemporaneamente, il ripristino della memoria storica e dell'equilibrio ambientale. Infatti per quanto riguarda alcune periferie, le cascine ne costituiscono il solo tessuto veramente storico. Le 44 cascine di proprietà comunale a Milano non devono essere alienate, come senz'altro avverrebbe all'entrata in vigore della legge sulla vendita dei beni demaniali, dato che il Comune ha già dichiarato fino alla noia, di non potersene occupare in proprio, sollecitando a tutto campo l'interesse degli operatori privati. Tra Moncucco, Monterobbio e Cascina Rossa si stende il più tipico e il più urbano dei parchi archeologici rurali, con strutture sparse di altissima coerenza formale e valore storico-artistico, della cui perdita dovremo rispondere alla storia. Perdita già annunciata e in atto, dato che già hanno suonato trombe e tromboni appartenenti al Gotha della speculazione nazionale, sia a livello finanziario che a livello politico. 

Questo storico territorio è al centro di un enorme cantiere di speculazione edilizia introdotto dalla sceneggiata scientifica dei "Servizi al Cittadino". I nuovi vandali, che già da quattro anni hanno pronti in tasca, progetti e piani di investimento, si son dati da fare con alacrità sfornando ideone e ideuzze che sono minuscole o gigantesche, ma tutte accomunate dai comuni denominatori della presunzione e della demenza. Da "Milano policentrica" alla vendita dei beni culturali demaniali ai privati, dallo sfruttamento della legge "per gli alberghi" dei Mondiali, a quella dei finanziamenti per i parcheggi, dallo strumentalizzare l'angoscia dello sfrattato per qualche casa comunale, in cambio di via libera per un mare di cemento a più alto ricavo, dall'appoggio politico a una giunta "nemica" in cambio di riconoscenze strategiche, il cerchio si è quasi chiuso e forse solo il ventilato (dai Verdi) ingresso del Parco Sud in zona 15/16 ha per il momento e senza troppe speranze, ritardato di qualche mese l'inizio del più gigantesco degrado inquinatorio del Sud Milano, convogliato da un traffico immane. Evidentemente il gioco deve ben valere la candela. Peccato che i pretori si occupino di certe cose quando queste sono già diventate storia, e l'inquinamento è già concreta mole di lavoro per cancerologi. Chi pagherà per lo stravolgimento del territorio e la distruzione della memoria? Le città italiane hanno subito violenze e saccheggi, ma l'ingiustizia più grave, è quella che si consuma oggi con tutti i crismi e gli avalli della legge: lo scippo delle radici.

 

Ciò rappresenta un perfezionamento e un superamento definitivo della bar-barie degli invasori d'oltralpe, i quali "... armi e sostanze t’invadeano, ed are/ e patria, e tranne la memoria, tutto." Ora dovremo fare a meno di quel tranne. Il che è un po' come rubare lo spirito, l'anima dei luoghi e delle persone che ci sono nate (o ci sono vissute per anni, con la voglia di comprendere questa nuova patria d'adozione). Evidentemente rubare il genius loci rinforza i redditi, e noi non abbiamo che una citazione poetica da opporre a chi, pur citando fino alla nausea Cavour e Garibaldi, nulla però sa del Foscolo. E nulla vuol sapere delle conseguenze che lo strappo delle radici comporta in termini di violenza e alienazione, specie quando non si ha nient'altro che un po' di cultura urbana, gli affetti resi già meno solidi dalla fretta, dalla nevrosi dei ritmi accelerati, qualche sogno e pochi soldi in tasca. Come la maggior parte dei ragazzi delle periferie urbane; dall'alienazione alla droga; una fuga dentro se stessi, perché quello che c'è fuori, non offre spazi né alla fantasia, né alla speranza.

Ma torniamo ai parchi. L'acquisizione delle realtà ambientali che ne presentino le caratteristiche, ad un piano organico di P.A.R., non potrebbe comunque avvenire se non attraverso il cooravanzato di comunicazione e compiti di integrazione/interazione culturale (visite di cittadini, coordinamento di un Ente a ciò delegato, diretto dalle locali Sovrintendenze, in sinergia con i Comuni. Al fine dell'istituzione di un P.A.R. non occorre una estensione minima di superficie; in quanto alla dimensione massima, bisogna considerare che gli aggregati verdi residui, sia di tipo boschivo che agreste e agricolo, compreso il cosiddetto verde "degradato", trovano limite spesso immodificabile nelle abitazioni civili circostanti e in ogni altro edificio o infrastruttura pubblica o privata, se non includibile. La dimensione è quindi "quanto possibile estesa". È classificabile parco archeologico rurale il territorio che includa vestigia evidenti della cultura rurale (e non solo contadina) o mostri documentabili segni di presenza ipogea: comprese cascine, ville, mulini, monasteri e castelli, anche strade, pozzi, chiuse e quant'altro richiami la discriminante di un'organizzazione (in forme di vita e di lavoro) non-cittadina, e precisamente in rapporto diretto di sopravvivenza ed osmosi con la terra.

I problemi relativi agli eventuali espropri, devono tener conto della opportunità della permanenza di operatori dell'ambiente agricolo in loco, attraverso contratti di custodia, cura del manto vegetale, degli animali e degli alberi, manutenzione ed approvvigionamento relativi al complesso di funzioni e uffici che si andranno a costituire. Per i privati detentori di manufatti e dimore di archeologia rurale, sarebbe opportuno indicare agevolazioni finanziarie ed aiuti specialistici per il restauro conservativo e la manutenzione, come in parte già previsto dalle leggi in vigore per i beni sottoposti a vincolo di Stato. Negli edifici di P.A.R. o in stabili siti nelle vicinanze, qualora manchino ambienti idonei, è indispensabile l'istituzione di un museo archeologico rurale per la sistemazione, esposizione e studio dei reperti. In conseguenza saranno da istituire:

- laboratori che assolvano funzioni di terziario, servizi didattici alle scuole ecc.). Dove possibile, inoltre:

— piccole coltivazioni con metodi biologici; orto botanico; — corsi e botteghe di lavoro dei materiali naturali quali legno, ferro, pietra, ceramica; - scuole di pittura del paesaggio, locali o distaccate dalle Accademie; — mostre e atelier d'arte;

— dibattiti su tematiche ambientali, artistiche, storiche; — laboratori linguistici finalizzati alla ricerca e valorizzazione dei dialetti; spazi per concerti e spettacoli folk; — torchi e tecniche di -stampa in via di scomparsa (lito su Senefelder ecc.); — biblioteca; centro di documentazione; laboratorio di restauro; — pubblicazioni e proiezioni documentaristiche; — mostre-mercato florovivaistiche, ortofrutticolo, degli animali da compagnia, guardia, allevamento; — punto di degustazione dei cibi, bevande, prodotti tradizionali e locali, ecc.

Altre attività culturali e produttive anche in collaborazione con sponsor privati, dovranno inserirsi nel quadro di una normativa di rispetto filologico delle premesse e dei vincoli giuridici relativi allo status di parco archeologico.

Il prestigio derivante dagli ambienti che hanno ospitato la storia è di ottimo auspicio per continuare ad ospitare le nuove e le grandi idee. Di recente in zona periarcheologica (Ercolano-Napoli), è in allestimento in un complesso di antiche ville, una scuola internazionale di management che vede un incredibile cast di sponsor ed operatori: da parecchi "premi Nobel" all'Università Cattolica; dalla Fiat al Massachusetts Institute of Technology, dall'I.R.I. al FORMEZ al Banco di Napoli. Le ville vesuviane che vedranno sorgere e svilupparsi la Stoà (dal greco "Portico", origine della corrente filosofica degli stoici) erano degradate al punto che se ne auspicava l'abbattimento. Ma la Comunità Europea si fece carico di gran parte della spesa per il restauro, riconoscendone l'importanza.

È quindi tendenza emergente, rivalutare e restaurare le ville storiche fuori città, anche se preferiremmo che avessero una destinazione più popolare che una scuola di affari. L'indotto di attività dei P.A.R., a livello specialistico, richiede un impegno economico non indifferente, ma crediamo che possa rendere di più, con molte articolazioni e coinvolgimento della cittadinanza. La legge istitutiva dei parchi archeologici rurali dovrebbe prevedere e regolamentare le adeguate coperture finanziarie ed i modi di parziale autofinanziamento, affidando a manager del'ambiente coadiuvati da consulenti delle Sovrintendenze, la gestione produttiva, sotto il diretto controllo di queste ultime. Ciò che appariva utopia appena qualche anno fa, corrisponde oggi alla nuova sensibilità, alle aspettative di rifondazione della qualità della vita, e tutto sommato, agli interessi anche economici della maggior parte dei cittadini.

La forma delle case rurali, lombarde in particolare, è radicata nel nostro inconscio e riaffiora nella rielaborazione culturale. Il napoletanissimo De Simone, da direttore artistico del Teatro S. Carlo, ambientò il suo FALSTAFF nel cortile di una tipica cascina lombarda dalle profonde arcate e loggiato superiore. Un tocco di genio nell'interpretare e trasporre la nevrosi “ambientale" del personaggio, il suo voler essere - ma non poter essere - diverso dal sé di sempre, e l'intuizione di un ruolo, di un punto di equilibrio a livelli superiori ancora ignoti, ma dai quali soli, forse, ricominciare a vivere.