5 Marzo 2010
Sono convinto che la questione centrale della cultura oggi e di tutto ciò che da essa discende o che in essa si riflette, faccia capo alla verità, da quella con la lettera minuscola in cui inciampiamo tutti i giorni, a quella con la maiuscola che riguarda la morale, il progetto di vita che ciascuno ha, quello che il Paese deve porre al centro della sua visione del futuro.
Dico questo riflettendo sul fatto che questi nostri anni paiono aver posto in disparte volutamente o scioccamente la grande questione, quella che appassiona la ricerca dei filosofi, dei teologi e di ogni uomo degno di tal nome.
Anche l’arte oggi pare talora giocare con l’inganno, contribuendo a mistificare la sua grande e nobile storia. E riflettendo sul ruolo del museo, penso che anch’esso debba riuscire ad incanalare le sue proposte ed ogni sua potenzialità entro l’alveo della verità, offrendone ai visitatori la rappresentazione artistica.
Non si tratta di voler attribuire una dimensione ideologica all’arte, ma è certo che l’artista, a qualunque epoca appartenga, è mosso, nella sua esperienza creativa, da una personale ricerca del vero, dando a ciò il senso e il significato che crede e che può, quello che i suoi tempi e la sua umanità gli consentono.
Al museo, dunque, compete un ruolo in questo ambito e forse in esso può rifondare la sua identità.
I visitatori diminuiscono? Aumentano quelli dei grandi eventi? Quale verità si nasconde dietro questo fenomeno ? Rimettiamoci, ognuno al suo posto, al lavoro, cercando la verità delle cose, di noi, del museo.
Paolo Biscottini
Direttore del Museo Diocesano
La sfida verso l’Expo, di Gianni Ravelli
C’è una parola-chiave che potrebbe risolvere gran parte dei problemi di Milano. La parola - da molti detestata o ignorata - è «turismo».
Finché non ci si renderà conto che l’unica salvezza per Milano sta nel turismo, nulla migliorerà. Il turismo è l’unica risorsa certa su cui può puntare l’Italia, e anche Milano. Che può contare su alcuni grandi musei, su teatri di qualità, su un’offerta musicale di prim’ordine, su dintorni di grande bellezza. Una città che punta sul turismo è obbligata a combattere l’inquinamento; a risolvere l’emergenza traffico; a potenziare i mezzi di trasporto pubblico; a dotarsi di alberghi, ristoranti e taxi efficienti; a costruire vere piste ciclabili; a estendere gli orari di negozi e musei; a curare gli spazi verdi; a impostare una nuova illuminazione; a progettare un arredo urbano degno di questo nome; a regolamentare in maniera europea la movida.
Invece prevale la vecchia immagine della Milano industriale, sede di fabbriche e uffici o della cittadina chiusa entro la cerchia dei Navigli: una realtà morta e sepolta da tempo. E sostituita da quella di una metropoli del XXI secolo. Puntare sull’Expo senza trasformare prima Milano in città turistica sarebbe una pura follia. Purtroppo è quello che sta accadendo.

il commento di Enrico Fovanna
COSA C’È dietro il sabotaggio dell’impianto che ha riversato nel Lambro due milioni e mezzo di litri di oli pesanti? Cosa nasconde il più grande disastro ecologico ai danni di acque interne ed ecosistemi fluviali nella storia d’Italia? Un semplice atto di vandalismo appare sempre meno credibile. Vediamo di capirci. L’onda dei veleni nasce a Milano, città che a fatica si è aggiudicata l’Expo sul tema «Nutrire il pianeta». Quasi umorismo involontario, se quel che si sta inoculando nella pianura padana non fosse un dramma. Il danno d’immagine è assoluto, ma nulla in confronto a quello dell’intero ecosistema, fino alle lande remote del Po.
Nessun vandalismo, no. la parola più appropriata pare “sabotaggio”. Qualcuno, con preciso intento assassino, nella notte tra lunedì e martedì ha aperto i rubinetti dell’ex raffineria di Villasanta, ben cosciente di quello che sarebbe accaduto poi. Una piccola Chernobyl chimica, anziché fisica. Sulla zona, si è scoperto, incombe un progetto faraonico di ricostruzione. Milioni di euro per 200 mila metri quadri di edifici, negozi e centri direzionali. C’è un nesso? C’è un messaggio ai progettisti o a qualcun altro? O è solo un caso? Sarà la magistratura a dirlo. Intanto, agli uomini qualunque tocca la missione impossibile di salvare la Natura.

3 Marzo 2010
GFENIUS LOCI di un luogo, di un evento, di una situazione archetipa ecc., è l’entità simbolica che prevalentemente li rappresenta.
Il quadro di Gustave Courbet, maestro del realismo europeo, intitolato Paesaggio di neve con caprioli, costituisce un valido esempio di personificazione del Genius Loci (genio del luogo). Il dio-fauno dei nostri studi classici, Pan, può essere considerato il Genius Loci dei boschi e delle foreste antiche.
Qui lo si intravede sbirciare i bellissimi caprioli proprio dal centro ottico della composizione fra le altre suggestioni antropomorfe.

25 Febbraio 2010
La chiazza di gasolio va verso l’Adriatico e la Regione chiede lo stato d’emergenza. Pretendiamo il benessere a tutti i costi, ma se fossimo onesti dovremmo vergognarci, sostiene Ermanno Olmi in un articolo sul Corriere della Sera del 25 febbraio 2010.
Io le ho viste le papere che volavano a pelo d’acqua sul Lambro. Due anni fa. Facevo delle riprese nell’area industriale dismessa della Falck a Sesto San Giovanni, dove tutt’intorno ai capannoni si estende una vastissima zona lasciata libera alla spontaneità della vegetazione.
Tanto che, in pochi anni, lungo le sponde del Lambro si è formata una barriera di alberi così fitta e intricata, con cespugli e rovi impenetrabili che proteggono la quiete del piccolo fiume. Addirittura, in qualche slargo erboso, piccoli acquitrini riparati da canne (che si chiamano col nome buffo di Mazzasorda) sono rifugio sicuro di aironi e fenicotteri che vengono a sostare e qualcuno addirittura nidifica.
Un territorio, questo, dove solo alcuni anni fa i mastodonti dell’Industria, con la baldanza di portatori della modernità, prendevano possesso delle terre agricole e per diritto in nome del progresso assoggettavano la Natura al loro primato. Non è passato neanche un secolo e i colossali altiforni di fuoco e ferro giacciono spenti nel mortificante abbandono dell’inutilità. Ed è stata proprio questa decadenza che ha generato un nuovo evento, questa volta non più programmato dall’uomo ma dal suolo medesimo che senza più oppressioni, abbandonato a se stesso, ha silenziosamente ricomposto le sue ferite e trovato l’armonia delle sua condizione primigenia. (continua)
22 Febbraio 2010
VIA FERDINANDO SANTI - Per la bonifica servono almeno 1,5 milioni, eppure i fondi del Comune andranno ai bond Aem
L’articolo è tratto da Cronaca Qui del 29 aprile 2009.
Il Comune si straccia le vesti per l’emergenza amianto negli stabili milanesi ma poi preferisce investire i soldi avanzati dalla bonifica delle scuole per rimborsare i “bond Aem” invece di rimuovere il veleno dalle case. La cifra risparmiata dall’amministrazione e già promessa, secondo la bozza di delibera sul consuntivo di bilancio in discussione in questi giorni, al rimborso dei bond in scadenza a fine anno, sarebbe di circa un milione di euro.
Una scelta, questa, che fa a botte con quanto dichiarato nella seduta di ieri della commissione Casa dedicata alla situazione allarmante di via Fernando Santi, durante la quale tutti i consiglieri hanno concordato con la presidente Barbara Ciabò (Pdl) nel definire l’amianto come «la principale emergenza e priorità della città».
In via Santi, intanto, in uno stabile di proprietà comunale, di amianto si continua a morire in attesa di una bonifica che non arriva. Originariamente prevista per il 2001, è stata recentemente rinviata al 2010, sempre che si trovino i soldi. Soldi che, secondo i tecnici dell’assessorato alla Casa, al momento non ci sarebbero. Il costo complessivo dell’intervento nei 270 appartamenti gestiti da Pirelli Re, non solo la bonifica dell’amianto ma anche la sistemazione delle canne fumarie e gli altri interventi straordinari necessari, sarebbe di 7,9 milioni di euro.
La sola rimozione dell’Eternit costerebbe però “soltanto” 1,5 milioni. Perché, dunque, non rimpinguare almeno con i soldi avanzati da operazioni analoghe di bonifica nelle scuole un fondo amianto che langue? Si tratta di una cifra quasi equivalente, con cui si potrebbe sal-vare la vita di molti milanesi. Se solo non si preferissero le operazioni finanziarie.
Un itinerario pittorico sull’immagine femminile
Dal 12 al 23 dicembre 2009
Sala La Pianta - Via Leopardi, 7 - Corsico
Inaugurazione sabato 12 dicembre 2009 ore 17.30
www.comune.corsico.mi.it


L’articolo, di Alfonso M. Di Nola, è tratto dal Corriere della Sera del 27.12.92
In quasi tutte le culture umane l’albero è coinvolto nel gioco dei più vari valori simbolici, spesso fortemente differenziati, che tuttavia hanno indebitamente portato a credere che esso, isolato dai dati economici ed ergologici delle singole culture, possa esprimere e rappresentare, in senso assoluto, la manifestazione della potenza per eccellenza.
Ci si trova, così, in presenza di un errore interpretativo, che viene facilmente sfatato quando si osservi che le reti simboliche si aprono intorno a tipi sostanzialmente diversi di alberi, quali, per esempio, l’albero appartenente alla foresta o quello coltivato o quello fruttifero o quello sterile.
In questi limiti è subito possibile fare riferimento a un “Albero della Vita” che sorge nelle civiltà vicino-orientali, soprattutto in quelle mesopotamiche e cananeo-ebraica, nella quali viene immaginata una regione di beatitudine e pienezza vitale, che, ai primordi della storia dell’uomo, ha al suo centro un vegetale arboreo, di incerta definizione botanica. I suoi frutti e i suoi succhi concedono all’auomo lunfa vita.
In Egitto il sicomoro e l’albero ima, forse la palma da dattero maschile, divengono gli alberi di vita, dai quali i defunti traggono forza. Sulle pareti di un ipogeo di Tebe, il faraone Tumotsi III assume il latte da un albero, mentre diffusissima è la rappresentazione del Dio della scrittura e della vita. Thot, che iscrive sulle foglie di un albero con il nome della persona che sarà glorificata.
Nell’Epopea di Gilgamesh è fatta menzione di una pianta spinosa, grazie alla quale l’uomo ottiene il soffio della vita. Tale pianta si chiama “Il vecchio diviene giovane” e ha la capacità di rigenerare e ringiovanire chi la usa. A queste mitologie di popoli “superiori” corrispondono le credenze di molte popolazioni primitive: in Polinesia le foglie dell’albero nonu ridanno la vita ai morti nell’aldilà.
Anche diffuso, ma di diverso significato simbolico, è l’Albero Cosmico o asse del mondo, che, in un’immagine cosmologica che parte dalle popolazioni artiche della Siberia, giunge all’India e ad altri territori culturali. L’universo è rappresentato, in quest’area, quasi sempre a tre piani sollevati e sorretti da un asse colossale in forma di pilastro, di montagna, di albero o di fallo.
Presso gli altaici, i lapponi, i paleoslavi e goli ungro-finnici l’Albero del Mondo è al centro dell’esperienza degli sciamani, che salendo o discendendo lungo il suo tronco, nel corso della possessione, accedono al regno dei morti o individuano gli spiriti che hanno causato malattie a un individuo. Essi inltre salgono sulla chioma dell’albero, che si ramifica nel mondo celeste, e vi raccolgono le anime dei bambini che dovranno nascere e che sono deposte nei nidi tra i rami. E’ strano che un tema mitologico, analogo, quello, cioè, dei nidi delle anime, sia presente nelle credenze ebraiche medievali.
Anche nel gruppo germanico grande rilievo è dao al frassino cosmico, yggdrasil, il cui temuto scuotimento annunzia la catastrofe fnale di un ciclo cosmico. Questo tipo di albero è notoriamente elemento essenziale nelle religioni dell’India, soprattutto come ficus religiosa, e può presentarci anche capovolto, con le radici nel cielo e i rami nel mondo infero.
Questi temi simbolici saranno in parte ereditati dal Cristianesimo. La croce del Cristo, nelle antiche scritture apocrife, è stata costruita con il legno degli alberi paradisiaci o con il legno che nasce sul Calvario dalla fossa in cui è stato seppellito il cranio di Adamo, e tocca, secondo una visione attribuita a Pietro, i cieli in profondità, elevandosi attraverso tutto lo spazio, albero singolare di salvezza, che gli inni dei primi secoli chiamano arbor unica.
Al di fuori degli incantesimi simbolici, l’albero diviene oggetto di un rispetto religioso nelle culture tradizionali e arcaiche, dove il suo abbattimento appare come un sacrilegio che deve essere espiato e che in ogni caso è una violazione, talvolta necessaria, dell’ordine cosmico. In altri termini la nostra vita, per le esistenze connesse alla costruzione delle case o all’alimentazione del fuoco a mezzo di tronchi di alberi, si fonda su un permanente sacrilegio, una rottura dell’equilibrio con il mondo vegetale.
Questa sensibilità, purtroppo dimenticata e sepolta dal mondo industriale, appare evidente nel rito romano cui ricorrevano, secondo Catone, gli agricoltori costretti ad abbattere le piante forestali per ottenere terreni per la coltivazione. Essi si discolpavano con gli dei della foresta da loro violata e offrivano un sacrificio espiatorio per liberarsi dalla colpa.

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