Torna in Italia la Tavola Doria

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Arte Esposto al Quirinale il dipinto cinquecentesco, scomparso da 70 anni nel mercato clandestino
Raffigura la «Battaglia di Anghiari», forse di Leonardo
L'articolo, tratto dal <<Corriere della Sera>> del 28 novembre 2011, è di Paolo Fallai

Il genio, il mistero e l'intrigo. Sarebbe stata sufficiente l'evocazione del nome di Leonardo da Vinci a rendere straordinario il ritorno in Italia della Tavola Doria, dipinto cinquecentesco scomparso da 70 anni nel mercato clandestino internazionale. Ma gli elementi che hanno convinto la Presidenza della Repubblica a presentare il quadro al Quirinale e a organizzare nella sala della Rampa una mostra tutta per lui, sono molti di più.
Leonardo, si diceva, ma è tutt'altro che sicura la mano del genio di Vinci. Sicurissimo, invece, il soggetto: la rappresentazione di un particolare della Battaglia di Anghiari, celebre e sfortunato affresco del Maestro nel Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio di Firenze, «coperto» da un'opera successiva del Vasari e di cui periodicamente (e invano) si cercano tracce. Che si tratti di un quadro preparatorio del genio o di un dipinto della sua scuola, da oggi il dibattito sull'attribuzione è aperto: con la possibilità finalmente di uno studio ravvicinato della tavola da parte degli esper­ti e dei restauratori dell'Opificio delle pietre dure di Firenze.



Straordinario è senz'altro il lavoro in­vestigativo che ha portato a ricostruire il percorso che questa tavola ha compiu­to. E il 1621 quando compare per la pri­ma volta nell'inventario della famiglia Doria come Una battaglia di soldati a cavallo di Leonardo da Vinci. L'opera riappare nel 1939, dopo essere stata esposta a Milano, e uno straordinario funzionario della Soprintendenza, Bru­no Molajoli, si affretta a «notificarla», cioè a vincolarla come bene dello Stato italiano. Nel 1940, nell'asta che mette in vendita le collezioni del principe Mar­cantonio Doria d'Angri, la tavola non è più attribuita a Leonardo ma un «mae­stro toscano del XVI secolo» e cambia proprietario, acquistata dal marchese Giovanni Niccolò De Ferrari di Genova. Fu «notificata» una seconda volta, non si sa mai, il 25 gennaio 1941. Ma da qui in poi le tracce si fanno confuse: nel 1961, alla morte del marchese De Ferrari gli eredi la vendono a un faccendiere svizzero di Locarno, Antonio Fasciani.

E’ il primo acquisto illegale e la tavola esce dall'Italia. Nel 1965 Fasciani la rivende alla società di Monaco di Baviera, Inte­rkunst Gmbh di Georg Hoffmann. Nel mondo del mercato parallelo si scatena un'altra asta. Il quadro pare interessare anche la galleria Wildenstein di New York. E in questi anni che la tavola viene restaurata a Monaco, combinando an­che qualche guaio alla struttura delle due tavole. Ma Hoffmann muore nel 1970 e la Tavola Doria risulta in una ban­ca di Monaco. Ci saranno altri passaggi non proprio limpidi prima di arrivare al 1992 quando il dipinto viene acquistato per una cifra imprecisata (tra i 30 e i 60 milioni di euro) e «in buona fede» è sta­to ripetuto in conferenza stampa, dal To­kyo Fuji Art Museum.
Quel che sappiamo è che da quel mo­mento la tavola scompare in un caveau svizzero, nel porto franco di Lugano. Quello che non sappiamo è quando e co­me il museo giapponese si rende conto di aver acquistato un'opera che non po­trà mai esporre.

Il mistero si scioglie nel 2009 quando il lavoro del Comando carabinieri tutela patrimonio culturale individua la tavola in Svizzera, indagini che un anno fa portano la Procura di Roma, ad aprire un'in­chiesta. E la condizione da cui è partita la trattativa tra il ministero per i Beni cul­turali e il Tokyo Fuji Art Museum che ha portato all'accordo presentato ieri al Qui­rinale dal sottosegretario Roberto Cec­chi, dal consigliere del presidente Louis Godart e dal direttore del museo privato giapponese Akira Gokita: il museo di To­kyo ha donato all'Italia la Tavola Doria e l'Italia ha concesso all'istituzione giappo­nese per 26 anni di poterla avere in prestito, con l'alternanza di due anni in Italia e di quattro in Giappone.

Akira Gokita non ha voluto fare alcun accenno a quanto speso per acquistare il quadro. Ma si sa che il museo l'ha assicurato per 20 milioni di euro. Il sottosegretario Cecchi ha dato ampio risalto al clima di cooperazione che forse porterà in Giappone anche altre opere, ma quan­te e soprattutto quali, non è stato detto. Quindi si è preferito sottolineare il lavo­ro — davvero fondamentale — dei cara­binieri e della magistratura (erano pre­senti il procuratore Giancarlo Capaldo, il sostituto procuratore Patrizia Ciccarese e il generale Ignazio Mossa). E in particolare l'esempio che la vicenda rappre­senta per il mercato clandestino e la grande occasione per gli studiosi della storia dell'arte. Dopo l'esposizione fino al 13 gennaio al Quirinale, inaugurata dal capo dello Stato Giorgio Napolitano insieme con il ministro Lorenzo Orna­ghi, la Tavola tornerà a Firenze, nei labo­ratori dell'Opificio. «Le indagini — ha sottolineato Roberto Cecchi — si conclu­deranno il prossimo mese di giugno ma hanno già fatto emergere degli aspetti molto interessanti e incoraggianti». Poi l'opera «resterà a Firenze, probabilmen­te agli Uffizi», ha aggiunto. Quando non sarà in viaggio per il Giappone.